La catalogazione del Fondo librario “G.L.Ascari”. Considerazioni sull’importanza del catalogare un fondo librario antico.

      Numerose e varie potrebbero essere le obiezioni da portare alla mia scelta di apporre sul piatto anteriore del catalogo da me curato dell’antica “libreria” del monastero silvestrino di S.Benedetto di Cingoli la riproduzione della xilografia che apre la stupenda serie delle incisioni che ornano la celeberrima Hypnerotomachia Poliphili del Colonna nella editio princeps aldina del dicembre 1499.

 

Hypn

     

      Incisione su legno che ha per soggetto il deambulare incerto di un intimorito Poliphilo, il protagonista del romanzo, in una sconosciuta fittissima e tenebrosa selva.

      A una immagine più “immediatamente attinente” al contenuto del volume – ed eccoci alla principale possibile obiezione – ne ho preferita una rispondente ad un criterio diverso da quello della immediata coerenza tematica, almeno nel senso che questa espressione ha o dovrebbe avere nell’attuale lessico e quotidiano e storiografico.

      Quella che mette in campo una tale scelta è comunque ugualmente una questione di coerenza, seppure di altra natura: allegorica la direbbero i medievali, gli alchimisti speculativi cinque-seicenteschi (quali l’Andrea Odoni del ritratto lottesco), il Bruno della Lampas Triginta Statuarum, il Baudelaire di Correspondences, l’autore del Piccolo Principe, quello del Barone rampante e delle Città invisibili, il D’Arrigo di Horcynus orca, ecc., ecc., ecc. coerenza relativamente a ciò che quest’opera, pur provenendone, si è lasciata alle spalle.

      Ho voluto, infatti, che questo volume oltre a costituire un esaustivo documento di un patrimonio storico quale quello rappresentato dal fondo librarioGiovanni Ludovico Ascari”, rendesse testimonianza – e nella sua facies più di superficie – anche dell’esperienza e delle emozioni da me vissute nel condurre innanzi l’attività di studio confluita in questo tomo, e delle suggestioni che questa stessa attività ha prodotto più o meno lentamente, con più o meno vigore, sul mio pensiero.

      Che le parole, i ragionamenti più ampli, le trattazioni più articolate e minuziose, non abbiano, almeno relativamente a certe realtà, la stessa potenza espressiva ed evocativa delle immagini, non è argomento certo ancora da dimostrare.

      In riferimento a tale esperienza, che avrei voluto trapelasse, in tutta la sua ricchezza e profondità, dal piatto anteriore della legatura, nessuna altra imago ho ritenuto pregna di valenza allegorica quanto quella della selva; più nello specifico ancora, quanto quella della selva in cui sperduto e confuso vaga lo “amante di tutte cose” Poli-philo.

      E’ una strana mistione di affetti, paragonabile all’orror del protagonista della “pugna d’amor in sogno” all’inizio della sua iniziatica peregrinatio, quella che ho provato, infatti, nell’entrare in quella selva piena di vetusto silenzio che è una biblioteca antica da quasi trecento anni più non frequentata, quale quella, sorta, al più presto sul finire del secolo XVI, in una delle stanze del monastero silvestrino di S.Benedetto di Cingoli, dall’agosto del 1745 costituente, almeno de iure, l’originario nucleo di quella che sarebbe stata la biblioteca comunale

      Friedrich Nietszche, in un passo del suo Zarathustra, afferma che soltanto chi non ha paura delle tenebre di una foresta di alberi scuri può trovarvi nel suo più profondo declivi di rose. Niente da eccepire, eccetto forse il fatto che oltre all’allontanare da se stessi il timore, bisogna armarsi anche di una grande dose di pazienza e costanza.

      Sono state queste due virtutes, infatti, fondamentali nel portare a compimento prima il riordino materiale sugli scaffali e poi la descrizione catalografica accurata e dettagliata dei 1989 esemplari (331 edizioni del secolo XVI, 399 del secolo XVII, 1240 del secolo XVIII, e 19 del secolo XIX), 2073 considerandovi anche quelli perduti, in cui consiste il fondo librario Giovanni Ludovico Ascari”.

      Le medesime pazienza e costanza si sono rivelate indispensabili anche nella ricostruzione della vicenda storica di questo fondo librario; vicenda tutt’altro che semplice e lineare, ma anzi complessa e costellata di punti oscuri ed enigmatici. A tale intricata e ampia questione ho cercato di dare sistemazione nella Introduzione che precede il Catalogo, in questo favorito anche dalle minuziose ricerche svolte dallo storico e monaco silvestrino Terence Kavenagh e pubblicate nella rivista Inter fratres, che don Ugo Paoli, che ne è uno dei curatori, mi ha con celerità messo a disposizione.

      A uno dei punti più enigmatici e oscuri di tutta la vicenda, quello del perché Giacomo Ascari nel 1721, a quarant’anni compiuti, abbandonasse il suo ruolo presso la corte del cardinale Ludovico Pico della Mirandola, e, entrato a far parte della famiglia Silvestrina, cambiando il suo nome in Giovanni Ludovico, scegliesse S.Benedetto di Cingoli come monastero di affiliazione, restandovi di fatto ininterrottamente fino alla morte, avvenuta il 12 agosto 1749, ha dedicato un suggestivo scritto Paolo Appignanesi, che in questo volume segue la mia introduzione generale.

      Prima di passare alla formulazione della domanda principale e che tutti aspettate, vorrei spendere qualche momento per porre alla vostra conoscenza una importante, e del tutto inaspettata, serie di acquisizioni emerse dai miei studi sulla «libreria Ascariana». L’oggetto di queste acquisizioni è un monaco silvestrino cingolano, don Filippo, appartenente alla nobile famiglia cittadina Roccabella, vissuto circa un secolo prima di Ascari, ovvero a cavallo tra Cinquecento e Seicento. E’ a questo monaco – ricordato alcuni anni dopo la sua morte come «vir omnibus artibus optime refertus, theologus eximius ac concionator insignis», quindi quale uomo di notevole dottrina e cultura – che vanno ascritte una serie di opere di argomento politico e morale, pubblicate a Venezia, sotto falso nome, tra il 1632 e il 1633, e, nel giro di poco tempo, condannate dall’Inquisizione e iscritte all’Indice dei libri proibiti. Un personaggio enigmatico, su molti aspetti della cui vicenda, e biografica e culturale, è da gettare ancora luce. Senza dubbio un altro importante figlio di Cingoli. Per far ulteriore chiarezza su di lui mi recherò, tra breve, all’Archivio del Santo Uffizio, oggi Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, dove è conservato un intero protocollo a lui dedicato.

       Ma basta per ora.

       Veniamo, invece, alla domanda alla quale prima accennavo, ovvero…

      Perché catalogare un fondo antico?

      Catalogare un fondo librario, e per di più antico è una gran perdita di tempo. Tempo che si potrebbe utilizzare in maniera assai più congrua dedicandosi alle richieste del presente, che sono sempre assillanti, incombenti, minacciose. Da queste ci si deve sottrarre, per dedicarsi a un’attività segreta, raffinata, solitaria, sconosciuta a molti e inutile per moltissimi. Eppure questa attività si svolge, dirò di più, si deve svolgere. “E perché?”

      Come si sa, quando a una domanda si offre più di una risposta, significa che la risposta non c’é – vedasi il problema dell’immortalità dell’anima e delle varie “prove” più o meno ontologiche, da Platone alla Scolastica, e di qui su fino a Kant.

      Il nostro caso è di questi, e attiene anch’esso, in qualche misura, all’immortalità e alla vita.

      I libri infatti sono legati alla vita, perché sono legati alla memoria. Sono oggetti fisici carichi di memoria: memoria ovviamente di chi li scrisse, del suo tempo, delle sue idee. Ma memoria anche di chi li acquistò, di chi li lesse e ne parlò, facendo sì che i pensieri che essi contenevano circolassero, respirassero, vivessero non in una comunità astratta, ma in un luogo definito geograficamente e storicamente.

      Le parole dei libri possono diventare opinioni personali, pareri, azioni: le censure e i censori questo lo sanno.

      I libri antichi quelle idee ci dicono, quelle conquiste spirituali, quelle scoperte del passato che formano il nostro contradditorio presente, e così lo sciolgono, lo spiegano.

      Il fondo librario antico “G.L.Ascari” è nato in questa città e ad essa è stato destinato: quindi studiarlo, conservarlo, conoscerlo vuol dire entrare in questo passato, nel passato delle mura, delle case, delle vie non di una città, ma di questa città.

      Conoscerlo vuol dire scoprire di che cosa si parlava qui, quali opinioni, quali verità qui ebbero fortuna, e influenzarono di sé gli uomini e le donne che vissero qui prima di noi. E il passato ci benedice, se lo conosciamo, rendendo vivi ai nostri occhi questi paesaggi e riempiendoli di tante e tante memorie che possono diventare un significato, una consolazione; ma ci maledice, se lo ignoriamo, perché questa ignoranza rende opaco il tempo, e, peggio ancora, insensato.

      La conoscenza del passato, che è studio, conservazione, comunicazione, invade pian piano il presente e noi che lo abitiamo: e diffonde i suoi valori di civiltà, di critica e di giudizio, di ammonimento e di incoraggiamento, per vivere noi “umanamente” il nostro presente, e per avviarci meno spaventati e più saldi verso il futuro.

  «Umili depositari della ricchezza intangibile – scriveva Paul Groussac, uno dei maestri di Borges, nella prefazione al catalogo della biblioteca Nacional de Buenos Aires – perdiamo il nostro tempo nel catalogare tesori che non sono apprezati nel mondo volgare. Consoliamoci sapendo che li disprezzano soltanto coloro che non sono in grado di comprenderne il valore. Fortunatamente, il lavoro apparentemente più sterile racchiude una virtù e porta con se la sua ricompensa, senza bisogno di interventi esteriori. Dopo tutto, chi sa se non sia questa la scelta migliore? Se questi sotterranei santuari dello spirito umano non suggeriscano la corretta soluzione della vita a chi la cerca sinceramente? E se, molto al di sotto della legge morale, della famiglia e della patria, che sono aspetti della sola verità esteriore, non sia certo che la cultura intellettuale sia la meno vana delle nostre illusioni? ».

Comments (1)

 

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